Storia

«Le origini di Massafra si disperdono tra storia e leggenda. Accantonata per sempre l’ambiziosa ipotesi dell’origine messapica, sono stati in molti a dissertare sull’etimologia del toponimo Massafra. Si è parlato di Massa-afrorum, nucleo di africani lasciati da Annibale, di Massa-fracta (roccia fratturata);  di Massa-fera (luogo selvaggio); di Man-sapròs (ambiente grottale di eremiti).
Alcuni sostengono la presenza nel 754 a.c. di un villaggio fortificato sull’altura di Citignano, la cui gente si sarebbe spostata nella sottostante gravina della Madonna della Scala, mentre si ha notizia di un altro successivo stanziamento (nel 500 a.c.) a sud, lungo l’ex stradone, che avrebbe originato l’abitato vero e proprio. In questo contesto si colloca l’ipotesi del passaggio di Annibale, che avrebbe lasciato un distaccamento di soldati.
Comunque bisogna fare riferimento alle testimonianze della religiosità pagana e poi cristiana per documentarci dell’esistenza di una primitiva comunità, che doveva essere molto vivace con una propria autonomia economica, come è attestato dalla presenza di vari monumenti di culto.
Nei primordi dell’era volgare, con il passaggio di s. Pietro e di s. Marco, secondo il consueto e ricchissimo leggendario petrino, si ha il trapasso dall’ambito pagano a quello cristiano, che troverà il suo culmine dal VI-VII secolo in poi, con l’immigrazione greco-bizantina, che costituirà quel periodo misterioso e fascinoso del vivere in grotta della cosiddetta Civiltà rupestre, di cui restano dirette testimonianze in tutto il territorio. Inoltre, attraverso una serie di vicende tramandatesi con documenti reali e con narrazioni più o meno leggendarie, si può ritenere che Massafra abbia saputo difendersi in varie occasioni di invadenze esterne specie saracene. Per altro data la vicinanza a Taranto è stata spesso coinvolta in numerose azioni di guerra diventando o rifugio o avamposto secondo le necessità tattiche e organizzative.
Nel X secolo Massafra fu sede di Castaldato (ufficio amministrativo longobardo) dei Beni della Corona con poteri di governo e di giustizia. In seguito, il feudo massafrese venne aggregato alla contea di Mottola e di Castellaneta, mentre si ha la documentata notizia della donazione della chiesa, di s. Lucia insieme al fiume Patemisco, al monastero di Cava dei Tirreni.
Con i Normanni la chiesa di Massafra passò alla Diocesi di Mottola. Successivamente Guglielmo Maletta divenne amministratore locale.
Con la venuta degli Svevi, secondo una tradizione popolare, Federico II pare frequentasse il castello di Massafra (da lui restaurato) per trascorrere le notti con Bianca Laura figlia del Maletta, dalla cui relazione sarebbe nato Manfredi. Con Oddone di Soliac, Massafra visse un tribolato periodo feudale, anche se si deve agli Angioini una prima fase di riordino amministrativo del territorio con la sostituzione dell’Universitatis Civium e dei successivi privilegi degli usi civici, che consentivano ai cittadini di poter pascere, acquare e legnare nei territori demaniali.
Massafra in quel periodo passò nelle mani di diverse famiglie: il principe di Taranto Filippo, Angelo de Austria, Seripando, Francisciello d’Assisi, Toatto Alemanno, Ameliade Massafra, Sanseverino, Giovanna I e II, Del Balzo Orsini e qualche altro.
stemma-della-famiglia-pappacodaNel 1497, dopo l’infeudamento di Antonio Piscicello, Massafra fu concessa da Federico d’Aragona ad Artusio Pappacoda, al quale successe il figlio Francesco, con la cui presenza la città rinacque e si sviluppò in tutte le sue organizzazioni civiche, economiche, religiose con una fioritura monumentale di cui ancora restano i segni.
Verso il 1633 il feudo fu venduto ai Carmignano, in un momento di grande crisi, che culminò con i noti tumulti di una quindicina di anni dopo, tanto che anche questi ultimi patrizi furono costretti a disfarsi della città, che fu comprata dagli Imperiali, marchesi di Oria e di Francavilla, impegnati con grande interesse per migliorarla.
Dopo la rivoluzione napoletana del 1799 e la fine della feudalità anche a Massafra si respirò aria risorgimentale con nuove strategie politiche, assetti amministrativi, strutturazioni urbanistiche, aneliti patriottici, relazioni sociali, prospettive economiche, travolgimenti partitici e associazionismi laici e cattolici. Si arrivò così al nuovo secolo con le due guerre, il fascismo e la ricostruzione democratica». Fin qui la sintesi di Fernando Ladiana, in Massafra, 1995.
Recentemente, tra gli studiosi, gli storici e gli archeologi massafresi si è riaperto il dibattito culturale sull’origine del toponimo che dà il nome alla città. Sul tema giunge un’importante teoria, sostenuta dall’archeologa Mina Castronovi, frutto dei suoi studi “Sulle tracce della cultura longobarda nel territorio massafrese”. Perciò il toponimo Massafra, dal punto di vista linguistico, avrebbe origine longobarda. L’elaborazione si rifà ad un antico “Massà-fara”, composto dai sostantivi massa e fara. Il primo ha un’origine latina, ma che durante la dominazione dei barbari in Italia, ha acquistato l’accezione particolare di “insediamento isolato o modo di organizzare la proprietà nello spazio”. Tuttavia è attorno al termine “fara” che s’incentra la teoria di Castronovi, giacché tipicamente longobardo, di origine germanica, che ricorre spesso nei toponimi.
«In origine – spiega Castronovi – stava ad indicare il piccolo nucleo demografico, una sorta di composito clan familiare, che poi trasformato nel luogo di residenza del nucleo longobardo, cristallizzandosi nei vari toponimi, molto presenti ancora oggi a sud, ma anche al centro ed al nord Italia (Fara Vicentina, Fara Gera d’Adda)».
«Nell’ VIII secolo dopo Cristo, quando i longobardi furono spinti a sud dalla venuta di Carlo Magno – ricorda Castronovi –  sorsero insediamenti con le prime caratteristiche urbane; nella nostra zona poi le caratteristiche geomorfologiche di quel periodo, davano possibilità di un fiorente mercato locale. La cultura longobarda, quindi – ribadisce Castronovi – pervade costantemente il territorio massafrese, se pensiamo alla presenza del Gastaldato, anche durante la seconda colonizzazione bizantina, alla sopravvivenza del diritto longobardo, che conviveva con quello bizantino, ed alla sua tradizione nella celebrazione dei matrimoni, ancora viva in età moderna. Per non pensare poi al culto dei santi, come quello di San Michele Arcangelo, patrono di Massafra, venerato assiduamente anche dal popolo barbaro».
Tale teoria, inoltre, pare trovare  corrispondenza in un importante documento: su alcuni antichi volumi della Bibbia in possesso della biblioteca comunale compare l’annotazione: “Comprati dal Sig. Artuso Pappacoda e donati ai Padri Cappuccini del luogo di Massàfara 1625”.
«Una conferma incontrovertibile – sottolinea Castronovi – se pensiamo al fatto che il Pappacoda, il signore governatore, non poteva commettere un errore così grossolano, nella consapevolezza di donare qualcosa di importante e prezioso».
«Quindi – conclude la studiosa massafrese – l’ipotesi, verosimilmente valida, è che il gergo parlato, o meglio il dialetto, abbia per inclinazione trasformato il termine “Massàfara” in Massafra, con la caduta della “a” per sincope, mentre i signori nobili dell’epoca, che potevano godere di un livello culturale ed economico più elevato, conoscevano benissimo il vero nome della città, risalente alla dominazione longobarda».

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