La storia

La ricostruzione storica di Angelo Nasuto


carro-allegorico Recita un vecchio adagio: “Pasque e Natäl addò t’acchie, Carneväl fall a’cast”. Anticamente, il Carnevale veniva sentito così tanto da far passare in secondo ordine le “feste comandate”. La data tanto attesa, indicativa dell’inizio del periodo carnascialesco, è sempre stata il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate (da cui deriva il detto popolare “Sant’Antuòne, maschere e suòne”), protettore degli animali: per l’occasione i contadini, i massari, le donne di casa conducevano il loro bestiame all’annuale cerimonia della benedizione degli animali domestici e da lavoro, che veniva impartita nello spiazzo antistante l’antica Chiesa rupestre di Sant’Antonio Abate, di proprietà del Capitolo, sita in aperta campagna, fuori le porte dell’abitato. Era questo un giorno di festa rispettato da tutti, allietato da manifestazioni popolari, come l’accensione dei falò nelle strade, il “tiro al caciocavallo” sullo spalto orientale della Gravina San Marco, il giuoco della Cuccagna. Nella serata stessa, poi, in casa del vincitore, si banchettava e “si menava la scianghe”, come allora si intendeva indicare quei balli troppo focosi, eseguiti tra i fumi di Bacco e di Venere. Da questo giorno si ripetevano a ritmo serrato tutti i giovedì precedenti al carnevale, ognuno dei quali assumeva un proprio nome ed un particolare significato.
Si avevano così: il “giovedì dei monaci” e il “giovedì dei preti”, gli ultimi a disposizione per il clero per divorare pranzi ricchi e succulenti, a base di carne prima del digiuno; il “giovedì dei cornuti” (o degli sposati) l’ultima occasione per le popolane di tradire il proprio marito, che aspettava la settimana successiva per tornare e vivere l’evento; ed in ultimo il “giovedì dei pazzi” (o dei giovani). Qui la festa esplodeva nelle piazze, nelle strade, nei vicoli oscuri (all’epoca senza illuminazione), ed i giovani, rientrando con qualche ora di anticipo dal lavoro in campagna, si travestivano e si mascheravano alla meglio, imitando coppie di sposi, gobbi, sciancati, uscendo di casa, per fare il rituale giro delle famiglie. Seguiva il “giovedì della vedova” (della cattiva), che coincideva con il primo giovedì di Quaresima, quando tutto ormai era finito.
Molti i riti goliardici organizzati sin dalla fine dell’800. Tra queste, la processione di Sant’Accione (rappresentato da Giovanni Franchino alias Piciunno), organizzata dai felpaioli, i gruppi di suore di Nicola Broja o quello di asini bardati, con gualdrappe e frange di seta, cavalcati da pulcinella in costume e portati a Martina Franca da Raffaele De Carlo. Non meno caratteristica fu l’opera di Carianno: “L’esercito di Franceschiello”.
Questo gruppo, organizzato all’indomani della Prima Guerra Mondiale è composto da una sessantina di maschere, con tanto di sciabole in legno e fucili, eseguiva esercitazioni militari esilaranti per le vie del paese. Su tutte però la più importante era il corteo funebre di “Carnevale morto”, allestito dai fornai: si portava, in giro su di una bara, un grosso fantoccio riempito di paglia, vestito in abiti da campagnolo. Il corteo, chiuso dalle sghignazzanti accompagnatrici di Rosa, moglie di carnevale, a mezzanotte si arrestava e questo buffo fantoccio veniva lanciato dal ponte giù nella gravina o veniva bruciato, mentre il sagrestano della vicina chiesa di Santa Maria (abbattuta nel ’29) dava lugubri rintocchi di campana: erano i definitivi segnali che sancivano la fine di carnevale e l’inizio del periodo di Quaresima.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: