Intergrazione interculturale nel rione Gesù Bambino

Un momento del concerto (foto Francesca Piccolo)

Un momento del concerto (foto Francesca Piccolo)

Albania e Romania, soprattutto, ma anche Marocco, Cina, India, Tunisia, Senegal, Brasile, Ucraina, Congo e Sri Lanka. Sono i Paesi di provenienza della stragrande maggioranza degli extracomunitari presenti nel territorio massafrese, in possesso di residenza (più di 500) o no.
Disseminati in diverse zone della città, si concentrano maggiormente nel Centro storico, soprattutto nel quartiere di Gesù Bambino, nel quale si erge imponente il Santuario omonimo. Approdati, in seguito agli sbarchi, nelle vie del Borgo antico, raggiungono abitazioni di fortuna, cercate loro da parenti ed amici, giunti a Massafra prima di loro. Spesso, ad arrivare per prima è la coppia, qualche tempo dopo, i loro figli, accompagnati da famigliari. Sono musulmani o ortodossi, non sempre praticanti. Lavorano nei campi e come muratori. Le donne sbrigano i servizi domestici in casa di famiglie benestanti o assistono gli anziani, come badanti. In alcuni casi, raggiunta una buona posizione economica, lasciano la città vecchia e acquistano casa nei quartieri in espansione.
Don Eugenio Fischetti, da nove anni parroco della comunità di “Gesù Bambino”, racconta di una prima cospicua ondata di albanesi, negli anni scorsi (125 famiglie nel 2000), attualmente ben integrati, nel complesso, nel territorio massafrese, e di una recente ondata di rumeni.
La convivenza con i residenti della zona, secondo quanto ci è stato detto, è piuttosto pacifica. Gli immigrati, inoltre, apprendono facilmente la lingua, primo passo per la comunicazione e l’inserimento.
Don Eugenio si impegna, il più possibile, per aiutare gli stranieri in difficoltà, distribuendo viveri e vestiario, raccolti dai gruppi Caritas della città, dalle associazioni di volontariato o donati da persone generose, e favorendo l’inserimento. Anche la gente del posto, quando può, offre loro una mano, cercando di superare la diffidenza, piuttosto diffusa.
Sono tre i percorsi da intraprendere, secondo il parroco: la scelta pastorale delle relazioni, come indicato dal 4° Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona; la diffusione della condivisione dell’uso dei beni; una maggiore attenzione al Centro storico, perché torni ad essere il cuore della città, decentrando ad esempio gli uffici e sviluppando attività commerciali.
L’integrazione tra bambini comincia a scuola e si rafforza frequentando assieme il catechismo. Nel quartiere, insiste il 3° Circolo “San Giovanni Bosco”. Attualmente, sono sette i bambini di nazionalità straniera che frequentano la scuola, venti se si considerano anche gli altri plessi di cui si compone l’istituto, siti in diverse zone del paese.
«La scuola – spiega la dirigente Grazia Castelli – ha dovuto prendere consapevolezza dei minori stranieri, nuove persone che hanno alle spalle situazioni diverse, che vanno esaminate caso per caso. Inseriti in classi con alunni della loro stessa età, ricevono un supporto per seguire le lezioni. Per quanto riguarda l’apprendimento della lingua, sono gli stessi compagni di classe i mediatori culturali, che aiutano i loro nuovi amici ad imparare l’italiano». Di qui, la necessità di mettere in atto un percorso di educazione interculturale, attraverso vari progetti, che deve partire da una visione etno-plurima e dalla consapevolezza che ci sono più punti di vista che devono essere introdotti nella sfera dell’educazione della scuola.
Francesca Piccolo

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