Andra e Tatiana Bucci, due bambine nell’orrore del lager

Le sorelle Andra e Tatiana Bucci

Le sorelle Andra e Tatiana Bucci

«28 Marzo 1944. Quella sera i tedeschi entrarono in casa, insieme al delatore che, per soldi, aveva fatto il nome della nostra famiglia. Noi bambini eravamo a letto. La mamma ci svegliò e ci vestì. Vedemmo la nonna in ginocchio, davanti ai soldati. Li pregava di risparmiare almeno noi».
Comincia così il viaggio nella memoria delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, oggi settantenni, sopravvissute alla Shoah. Ad ascoltarle, in religioso silenzio, una folta platea di giovani studenti del 3° Circolo San Giovanni Bosco e della scuola media “Andria”, accompagnati dai dirigenti Grazia Castelli e Patrizia Capobianco, il vicesindaco Giandomenico Pilolli, numerosi insegnanti e genitori.  L’incontro, al teatro Spadaro, ha chiuso il ciclo del progetto didattico “Due scuole, una memoria” avviato in occasione della Giornata della memoria celebrata il 27 gennaio.
Di padre cattolico e di madre ebrea, provenienti da Fiume, in Croazia, Andra e Tatiana furono internate con la mamma Mira, la nonna, la zia e il cuginetto Sergio nel “Kinderblok” di Birkenau, dopo il transito alla risiera di San Sabba. Avevano rispettivamente 4 e 6 anni.
«Ci caricarono sul carro bestiame, tutti ammassati – raccontano -. Arrivati a Birkenau ci divisero in due file. La nonna e la zia vennero sistemate sull’altro lato, quello dei prigionieri destinati alla camera a gas. Ci portarono nella sauna, ci spogliarono, ci rivestirono con i loro abiti e ci marchiarono con un numero sull’avambraccio. Ci trasferirono nella baracca dei bambini e lì cominciò la nostra nuova vita nel campo. Giocavamo con la neve e con i sassi, mentre i grandi andavano a lavorare. Quando poteva, di nascosto, la mamma veniva a trovarci ricordandoci sempre i nostri nomi. Questa intuizione geniale ci fu di grande aiuto al momento della liberazione, molti non sapevano più il proprio nome. Un giorno la mamma non venne più e pensammo che fosse morta, ma non provammo dolore, la vita del campo ci aveva sottratto un pezzo d’infanzia, ma ci aveva dato la forza per sopravvivere. Ogni giorno vedevamo cumuli di morti nudi e bianchi. La donna che si occupava del nostro blocco con noi era gentile. Un giorno ci prese da parte e ci disse: “fra poco vi raduneranno e vi ordineranno: chi vuole rivedere sua mamma faccia un passo avanti… voi non vi muovete. Spiegammo a nostro cugino Sergio di fare la stessa cosa, ma lui non ci ascoltò. Da allora non lo rivedemmo mai più». Sergio aveva 7 anni, fu trasferito a Neuengamme vicino ad Amburgo, destinato a una morte atroce, usato come cavia per orribili esperimenti sulla tubercolosi nel campo del dottor Heissmeyer, agli ordini di Mengele, “l’angelo della morte”. «L’ ultimo ricordo di nostro cugino è il suo sorriso mentre ci salutava dal camion che lo portava via insieme agli altri 19 bambini, desiderosi di rivedere la mamma».
Vissero a Birkenau fino al 27 gennaio 1945, giorno della liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa. Dopo due anni passati in orfanatrofi e in case di riabilitazione per ebrei deportati tra Praga e l’Inghilterra, Andra e Tatiana, con l’aiuto del fato, si ricongiunsero al padre e alla madre, anch’ella miracolosamente scampata all’inferno del lager. Mentre la zia Gisella, fino alla sua morte, ha continuato a sperare nel ritorno di Sergio.
«Dal giorno del ricongiungimento, stabiliti ormai a Trieste, abbiamo iniziato a vivere, ma nostra madre  – confessano – non ha mai voluto parlare della nostra storia». Una storia di crimini e di orrori, d’infanzia negata i cui ricordi, ancora oggi, ritornano nitidi.  «Chiudendo gli occhi si acuiscono i sensi – raccontano – rivediamo le fiamme e la cenere che uscivano dai camini notte e giorno e i cumuli di cadaveri, avvertiamo ancora la sensazione del grande freddo e l’odore nell’aria della carne bruciata. Le camere a gas e i forni crematori funzionavano di continuo».
Testimonianza che stride fortemente con le ultime esternazioni del vescovo britannico lefebvriano, Williamson, che negano il dramma dell’Olocausto.
E salutando i ragazzi, Andra e Tatiana dicono loro: «Oggi, andiamo nelle scuole a raccontare ai giovani la verità, affinché la nostra memoria continui attraverso voi».
Debora Piccolo

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