“20 maledetti secondi sono bastati per cambiare tutto”

TERREMOTO A L’AQUILA: LA TESTIMONIANZA DI GIUSEPPE, STUDENTE MASSAFRESE SOPRAVVISSUTO ALLA CATASTROFE

Mi sono bastati pochi minuti al telefono con chi gestisce questo blog per capire che avrei potuto, nel mio piccolo, contribuire a dare una testimonianza di quello che tutti  voi avete visto in tv in questi giorni.
La testimonianza di un ragazzo di 23 anni che 4 anni fa decise di intraprendere la vita universitaria lontano da casa e da tutti gli affetti di sempre.
Per una casualità mi sono trovato a vivere e studiare proprio a L’Aquila, una città che fino a qualche giorno fa avrei portato sempre dentro di me per i paesaggi bellissimi, per la tranquillità e per l’aria buona che si respirava, però 20 maledetti secondi sono bastati a cambiare tutto. 
Erano le 3.32,  ero a casa di un mio amico, perché dopo le scosse avvertite  tra le 23 e mezzanotte non volevo restare a dormire da solo in casa, quando un boato cupo ha preceduto -come al solito- la scossa vera e propria,  sono stato quasi scaraventato giù dal letto e ho preso il mio amico per le braccia, siamo rimasti immobili, paralizzati dalla paura. 
Quando la terra ha smesso di tremare abbiamo acceso la luce  e ci siamo resi conto che nulla era più al suo posto, la tv in frantumi, i libri caduti dagli scaffali, tutto in terra.  
Di quegli attimi frenetici e col cuore in gola ricordo i coinquilini che aprono la porta, noi che ci vestiamo in fretta e che vediamo una grossa crepa nel muro. 
Siamo corsi per strada e la prima cosa che ho visto è stata un padre che portava in spalla in proprio bambino mentre la madre, qualche metro più in la, ne trascinava un’altra: ”scappate via, andate via di qua”, queste parole ancora mi rimbombano nella testa. Tutta la gente era riversa nelle strade. 
La cosa che ricordo bene è stato proprio il modo, quasi ordinato, con cui la gente abbandonava le case e si rifugiava in macchina e nei luoghi aperti. Abbiamo cominciato quindi a telefonare alle persone care per sapere in che condizioni si trovassero. 
Dopo qualche minuto abbiamo chiamato delle nostre amiche per sapere come stavano e, sentendole molto provate, abbiamo deciso di raggiungerle dall’altra parte della città. Il percorso è stato abbastanza tranquillo, abbiamo incontrato qualche casa con il tetto crollato, ma non eravamo ancora consapevoli che eravamo sopravvissuti a una catastrofe. 
Arrivati nei pressi della casa delle ragazze le abbiamo trovate in strada con altra gente, era un posto in pianura, lontano da pali della luce e dai cavi dell’alta tensione, non c’erano abitazioni nelle vicinanze, era quindi il posto giusto per aspettare che facesse giorno e affrontare le altre scosse  che sicuramente di li a poco sarebbero arrivate. Questo è stato anche il punto di ritrovo per gli altri nostri amici, a poco a poco sono arrivati tutti e abbiamo aspettato che facesse giorno insieme, con negli occhi le stesse paure, gli stessi dubbi, la stessa disperazione. 
Col passare dei minuti abbiamo cominciato a sentire le sirene dei soccorsi, ambulanze, carabinieri, polizia, guardia forestale, protezione civile, tutti che si dirigevano verso il centro della città, dove sapevamo esserci le case più antiche e quindi più a rischio per eventuali crolli. 
Per ore  l’unica fonte di informazione  è stata  l’autoradio, dalla quale abbiamo appreso le prime notizie preoccupanti. Abbiamo aspettato le 6.00 del mattino prima di telefonare a casa ai nostri genitori, per evitare di  svegliarli in piena notte e lasciarli impotenti a guardare le scene disastrose in tv. 
Le autoambulanze a sirene spiegate sono passate a pochi metri da noi dirette all’ospedale (anch’esso gravemente danneggiato) centinaia di volte, un via vai incessante e alle prime luci del mattino sono arrivati i primi elicotteri a monitorare la zona dall’alto. Col passare delle ore nelle nostre menti c’era solo un pensiero, tornare a casa e riabbracciare i nostri cari. 
Dalle notizie che avevamo però, entrambe le direzioni dell’autostrada erano chiuse (A24 sia in direzione Roma sia in direzione Teramo), prendere la statale che da L’Aquila porta a Popoli era impossibile, in quanto avremmo dovuto oltrepassate le zone dell’epicentro; l’ANAS ci ha comunicato che era possibile raggiungere  Teramo (e di li prendere la A14) percorrendo la ss80.  Abbiamo deciso  di partire intorno alle 11.15,  un serpentone di  auto  con destinazioni diverse (Teramo, Salerno, Vicenza, Taranto) si è messo in viaggio per raggiungere la tanto desiderata autostrada. 
Ho guidato per ore pensando a tutto quello che mi lasciavo alle spalle, a chi aveva visto in un attimo sgretolarsi tutto, la casa, gli affetti… una vita intera seppellita sotto quei 20 interminabili secondi e che io e le persone a me care lì eravamo salvi. La sensazione che avevo era quella di essere un sopravvissuto, la stanchezza di aver passato la notte in bianco era sopravanzata dalla voglia di ritornare a casa e rassicurare tutti almeno sulla mie condizioni. 
Arrivato a Massafra, appena sceso dall’auto, ho abbracciato mia madre e mio padre e ho cominciato a sentire una sensazione che ancora non riesco a scrollarmi di dosso. Un vuoto enorme. Mi sento svuotato di tutto, di ogni sensazione, ogni emozione, tutto mi sembra insignificante davanti a quello che ho vissuto in quelle ore. 
Nonostante sia stato fortunato a non aver visto nulla della devastazione e della morte che il terremoto ha provocato a qualche km da me, non riesco a fare un respiro, senza che qualcosa me lo strozzi dopo un attimo. Sono in uno stato d’animo indescrivibile, scatto ad ogni piccolo rumore che mi fa ricordare quegli attimi di terrore. 
Penso a tante cose, penso a come poteva finire diversamente, penso a chi non è stato fortunato come me, penso a quello che sarà, a chi non ha più nulla, ha chi ha perso una persona cara, ma il tempo delle risposte deve ancora arrivare. Devo, dobbiamo farci forza e andare avanti, superare questo momento e trarre degli insegnamenti.  
Dopo poche ore posso solo sperare che chiunque, anche chi non vive e lavora in una zona sismica, faccia il proprio lavoro come si deve, che chi costruisce le abitazioni lo faccia sempre rispettando tutte le regole, perché morire seppelliti dalla propria casa, dal luogo dove tutti noi ci sentiamo sicuri e protetti è sconvolgente. 
Vorrei che questo ci aiuti ad essere pronti ad affrontare una situazione d’emergenza, e che tutti noi, così come i cittadini aquilani, possiamo essere addestrati in modo tale da superare al meglio qualsiasi possibile rischio. 
Sono a casa, ma il mio cuore, la mia mente, i miei pensieri sono ancora li, perché ormai dopo qualche anno mi sentivo aquilano anche io e dalle 3.32 di lunedì 6 aprile 2009 una parte di me è rimasta sepolta lì. 
GIUSEPPE  SISTO 

Ringraziamo Giuseppe per averci reso partecipi delle tragiche ore vissute nella martoriata terra d’Abruzzo, devastata dal violento terremoto.
La sua preziosa testimonianza ci avvicina alla triste realtà aquilana, segnata dal dolore e dalla disperazione, e c’induce a riflettere sullo stato d’emergenza in cui versa la popolazione a cui va la nostra solidarietà.   

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